Antonello Nicolosi, di Barcellona Pozzo di Gotto in provincia di Messina, siciliano che porta sul viso e nell’anima le linee dell’appartenenza ad una razza, quella isolana, indelebilmente segnata dalla fiera diffidenza araba e dal pensiero greco aperto al dominio interiore dell’universo, è un ammirevole artefice di opere che delineano un percorso plastico, rivelatore di verità tanto coinvolgenti quanto esaltanti nella fondamentalmente statica realtà delle espressioni artistiche contemporanee. Lo si potrebbe definire uno scultore, ma preferisco usare per lui il termine, sicuramente più idoneo, di “architetto del pensiero”. Nicolosi è, in ogni caso, un ideatore, che materializza l’impalpabilità del sogno, riordina il confuso flusso delle maree oniriche, dona tregua alla conflittuale cosgomonia del subconscio, rendendo visibile, tangibile, persino respirabile l’armonia, pure incerta, della raffigurazione. Hanno parvenza di sculture le sue fatiche, sorte come per una mistica resurrezione da materiali poveri, abbandonati nell’inferno dei rifiuti, condannati alla decomposizione che irrimediabilmente smemora e prosciuga indifferente ogni traccia di fluido vitale; misere cose, che recuperano la forza imperiosa delle origini, guadagnando una dignità più nuova, l’importanza estrema di una rinascita che sfiora, e spesso, raggiunge il trascendente. A queste già di sé rilevanti “costruzioni”, che raffigurano tematiche esistenziali ampie e mai banali, Nicolosi, aggiunge col gesto semplice e solenne del creatore la fondamentale, animante essenza della luce.
“Fiat lux! Et lux fuit”, così il tenebroso manto dell’ignoranza viene squarciato, la cecità distratta di occhi che hanno disimparato a vedere è curata, l’indifferenza quotidiana annullata.
Il chiarore s’insinua nelle forme, attraversando invisibili cunicoli, affondando in crepe celate, riemergendo improvviso ad indicare concetti altrimenti astratti;
riverberi sapientemente progettati affinché segnalino inconfondibilmente le manifestazioni di meditazioni che vogliono e devono, necessariamente, essere condivise.
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Troppa luce, però, può anche spaventare, trasmettere flussi di tensione, capaci di ferire, abbagliare sguardi troppo avvezzi al buio, ecco allora la “non luce”, geniale ed apparentemente ovvio concetto, teso a mitigare la forza dell’esplosione annunciatrice;
la penombra dunque, considerata non già assenza di luminosità, bensì entità a sé stante, contenente, quanto ancora deve rimanere segreto, ricettacolo di emozioni intime, forse emblematica ancora che tiene legati alla materia, freno necessario, adeguata pausa per la preparazione assoluta prima dell’ascesa definitiva.
L’essere e il non essere, il giorno e la notte, il bene e il male, che si alternano in un gioco calibrato, che si sfiorano senza toccarsi mai, ma convivono quietamente per domare l’inquietudine di Antonello Nicolosi e, certamente, ogni uomo che, in questo breve, confuso, transito terreno, cerca risposte a domande senza tempo, anelando tracce da percorrere a ritroso per raggiungere un perduto equilibrio, un rimpianto grembo materno, la spiritualità di un’abbandonata rassomiglianza divina.
Giuseppe Risica - Poeta e Critico letterario
... Scultore versatile e dotato di fervida fantasia, lavora la corteccia cercando in primis di instaurare con l’essenza stessa della materia un discorso di sintonia e di accordo. Alla ricerca di creazioni di suggestivi arabeschi, e di linee di capricciosa bellezza, in più, e qui risiede la modernità della sua arte, inserisce nelle sue sculture l’elemento artificiale della luce elettrica, usando spesso colori inconsueti, che insinuandosi nelle pieghe della materia e rifrangendosi, risultano accattivanti.
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